BORDIGHERA – LE ORIGINI DEL BAR NADIA

PICCOLA STORIA ITALIANA

(LE ORIGINI DEL BAR NADIA A BORDIGHERA)

Nel 1951 Bordighera era una  cittadina della Riviera affacciata su un mare ancora incontaminato, sovrastata dal suo bel borgo antico tra distese di pini e palmeti e fiori. Benedetta da un clima dolce e salubre, era stata, per oltre mezzo secolo, meta di vacanze e prolungati soggiorni della nobiltà e dell’alta borghesia Europee. Questi frequentatori di lignaggio erano poi scomparsi a cavallo dei due conflitti mondiali e non vi ritornarono, ma lasciarono Bordighera più ricca di ville, palazzi, alberghi e giardini. Quell’aria aristocratica le rimase nonostante la povertà che seguì la guerra e l’abbandono dei facoltosi frequentatori. Bella e sonnolenta aspettava di essere richiamata a nuova vita, verso un turismo diverso, meno aristocratico, ma più vivace e moderno.

Cronista non disinteressata trattandosi di  mio padre, vorrei comunque raccontare come “Luigi”, venuto a Bordighera da un paesino del Monferrato, fu il principe che risvegliò la bella addormentata.

Era un bell’uomo, intelligente, capace, volonteroso, sostenuto e spesso sospinto dall’intraprendenza di mia madre Lucina. Come la maggior parte delle persone di allora, entrambe avevano una scolarità appena elementare, ma erano dotati di ambizione, di grande capacità di lavoro e sacrificio, di bella presenza, di comunicativa e di onestà. Lucina, o Gina, come l’avevano sempre chiamata,  era  una bella donna che, credo, fece innamorare più di un avventore, senza però mai cedere alle lusinghe né venir meno alla propria dignità. Luigi era altrettanto corteggiato dalle signore e forse un po’ meno determinato a resistere alle tentazioni.

Mi pare che fu un amico a suggerirgli di trasferirsi in Riviera, e Luigi, che con Gina si era già emancipato dal lavoro dei campi aprendo una panetteria in paese, decise di fare un viaggio a Sanremo per rendersi conto di persona. Tornò a casa trasognato ed entusiasta e disse a sua moglie che si sarebbe accontentato di pane e cipolla a vita  pur di abitare in quel clima e quella luce sconosciuti agli inverni grigi e freddi del Piemonte.

Con lo spirito pionieristico che contraddistinse gli Italiani nel dopoguerra,  partirono con pochi soldi, tanti sogni e una bambina di un anno e mezzo,  Nadia. L’esperienza di Sanremo non fu felice perché il negozio di formaggi che aprirono, nonostante la qualità dei gestori e del prodotto, non decollò. Ma la fortuna aiuta gli audaci e un altro amico parlò a Luigi di un altro Piemontese che cercava un socio per aprire un bar a Bordighera. Questo signor M era un genio nel suo campo, ma altrettanto sregolato, come si conviene. Apriva, uno dopo l’altro, locali di successo che però non sapeva amministrare ed era ormai costretto a trovare soci  che godessero di miglior credito a cui poter intestare la licenza . Luigi e Gina si buttarono nella nuova avventura ed in breve superarono il maestro tanto da creare rivalità tra i due soci e rendere la convivenza  difficile. Il Sig. M, certo che quei due poveri contadinotti non avrebbero potuto disporre della somma necessaria, propose loro di rilevare la sua quota. L’indomita Gina partì per il Piemonte dove godeva con Luigi della stima di parenti e amici e, grazie alla generosità di questi, riuscì a mettere insieme la somma necessaria a riscattare la propria indipendenza. Dopo poco il Sig. M fu costretto a ritirarsi, e non avrebbe potuto essere diversamente dato che il bar era stato chiamato col nome della figlia di Luigi: BAR NADIA.

Cominciò così l’ascesa dei” nostri” e di pari passo crebbe la fama di centro turistico internazionale di Bordighera. Non fu certo solo merito di Luigi e Gina: Bordighera era ancora rinomata per la sua bellezza, per il suo mare e per il suo clima, il mondo cambiava e la vacanza cominciava ad essere alla portata di molti e un diritto per tutti. Ma il Bar Nadia era già una realtà diversa e, centrale com’era, divenne presto un polo d’attrazione sulla costa da Sanremo a Mentone. Suscitò desiderio di emulazione, agì da fermento sulle ambizioni locali  e le nuove prospettive di benessere attrassero altri personaggi di rilievo.


Luigi aveva appreso dal Sig. M i rudimenti del mestiere e, bisogna dirlo, anche la ricetta dei famosi gelati del Bar Nadia. Ma fu Gina, che ogni giorno li preparava a mano, a renderli un po’ più speciali. E Luigi, che aveva il dono  di conoscere l’alchimia dei sapori, creò, con quei gelati, i “Baci Nadia”. Alcuni forse ricordano i “Toast” del Bar Nadia: erano una leccornia da mandare in visibilio, mai eguagliata e che  rese celebre il locale.

Il Bar fu premiato dalla Ditta Jlly per il consumo di caffè e dai clienti, Italiani e stranieri, per la qualità dei prodotti e del servizio, per la cortesia dei gestori e per la loro correttezza. Non fu mai infatti praticata differenza di trattamento o di prezzo tra i gli avventori abituali e quelli occasionali, abitudine purtroppo invalsa fra molti a quel tempo. Il successo, la fama e il credito di Luigi e Gina erano ormai altissimi e questo li indusse pericolosamente ad assecondare nuove ambizioni. Decisero di rilevare un grande locale che non aveva mai lavorato. Mentendo a se stessi, pensarono che sarebbe stata un’attività tranquilla e secondaria, ma si fecero prendere la mano e lo trasformarono nello CHEZ LOUIS, prima bar e poi ristorante alla moda con attrazioni varie e orchestra durante la stagione estiva.

Fu subito un altro successo, ma si resero conto che non potevano gestire entrambe le attività e furono costretti a lasciare il Bar Nadia che vendettero a Vincenzo.

Vincenzo aveva cominciato a lavorare al Nadia che non arrivava al banco, tanto che doveva stare in piedi su di una cassetta. Era  intelligente e lavorava con passione e dedizione. I miei furono contenti di lasciarlo a lui e a suo fratello Alvaro, anche se la nuova gestione si orientò verso una clientela diversa.

Si ritrovarono quindi allo Chez Louis con gli stessi orari impossibili e più lavoro di prima. Il locale era assai più grande del Nadia, l’attività più dispersiva. Il ristorante richiedeva l’attenzione totale di papà e sulla mamma ricadeva l’onere di occuparsi del bar. Ci furono stanchezza, malumori e malattia. Così si ritrovarono dopo solo cinque anni a decidere, esausti, di abbandonare di nuovo lasciando ancora una volta a un dipendente, Benito, anche lui rilevato ragazzino con la vecchia gestione e cresciuto insieme ai nuovi titolari.

Da un giorno all’altro Luigi scomparve come uomo pubblico ed entrò  nell’oblio, anche se qualche Bordigotto over 60 se lo ricorda ancora con ammirazione e simpatia.

Naturalmente la storia di mio padre non si limita a questo breve arco di tempo e il ricordo più incisivo e grato lo ha lasciato nel suo paese d’origine dove era tornato per un po’ e dove aveva legami e affetti.  Ho voluto scrivere questa piccola cronaca di Luigi  perché la Bordighera che non l’ha conosciuto avesse a disposizione un elemento in più cui riferirsi per rileggere  la propria storia recente. La decadenza successiva di Bordighera come centro turistico è dovuta a cause diverse, esterne ed interne. Tra queste la sua stessa bellezza e il suo clima che hanno richiamato speculatori (con molte conseguenze deteriori di vario tipo) e favorito la trasformazione in turismo residenziale. Ma anche la cautela di molti che non han voluto mettere in gioco le posizioni raggiunte e si sono limitati a sopravvivere. Ho voluto accennare a quel periodo di grande fermento, di rinnovamento e desiderio di riscatto che sono stati gli anni cinquanta e sessanta e la figura di un uomo dotato, nel suo ambito, di una certa grandezza che, pur soltanto come figlio adottivo e certo non disinteressatamente, ha contribuito a fare di Bordighera , per almeno un ventennio, una delle mete più ambite del turismo nazionale ed internazionale.

Nadia Mai